Parte 2: Ginestreto


Un amico, recentemente, mi ha raccontato di aver percorso la regione dell’Hartz, in Germania, con l’aiuto della mappa della città di Londra. La psicogeografia studia le leggi esatte e gli effetti del mezzo geografico, coscientemente gestito o no, che agiscono direttamente sugli individui. Oggi il principale problema che deve risolvere l’urbanismo è quello della buona circolazione di una quantità crescente di veicoli.

Le Lèvres nues n°6, settembre 1955

Sventola al vento che spazza da Nord la collina una bandiera appuntata sulla cima di un albero che incombe sulla casa. Sono brandelli di plastica bianca e l’albero è secco. La mappa che ho in mano si piega, vola via, si rovina: niente, tutto da rifare, un giorno che non c’è vento. L’unica cosa che sono riuscito a capire è che il giro, ben segnalato in nero nelle carte militari, non esiste più. Comincio a scendere la collina: in alto spoglia, con i campi e le case e il cielo, di sotto un caos: alberi, arbusti, liane, acque, frane. La biodiversità e il comfort, le mappe e la realtà, rimugino alcune di queste cose mentre scendo in picchiata e inciampo sulle radici dei pioppi che preannunciano l’intricato fondovalle.

Alla fine della discesa la collina finisce in un fosso, anzi nell’incrocio tra un fosso e un ruscello, che più avanti entra in un torrente e poi sfocia nel mare Adriatico. In quel punto la terra sprofonda, è argilla e sabbia gialla e fina, specie se ci passano sopra con camion pesanti di legna. Si aprono degli squarci nella terra che fanno credere che qualcosa è andato storto, qualcuno ha sbagliato i conti! Sotto un gruppo di salici e di pioppi neri mucchi di cortecce, tronchi, ciocchi di legna e macchinari coperti da teli di plastica fatti a brandelli. E i lembi dei teli di plastica volano dappertutto.

Una lunga linea d’oro di canne entra nel bosco. Quattro poiane volano a cerchi sopra la mia testa mentre mi apro una breccia.

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Sono entrato nella boscaglia, seguendo la bassa pista dei cinghiali, rovi ad altezza occhi, spunzoni di rami e zecche. I rovi fanno parecchio volume, ma di sotto è tutta aria, circa, e spine. Ci sono più strati: da quelli secchi e ormai neri, marci, a quelli più chiari, gialli, ancora duri, fino ai grossi cordoni appuntitissimi verde scuro e chiaro. Generalmente odiati dallo stesso popolo che invece ama i cactus, e credo che valga anche il contrario.

Non mi ero mai spinto oltre quel punto: lì il mio mondo finiva (dove all’incirca finisce anche quello dei camion della legna), semplicemente aggiravo la macchia ed entravo in un campo incolto, almeno finché non cresceva troppo l’erba e allora non passavo più neanche lì.

Per riaprire quel vecchio sentiero ci sono volute tre tappe. È un lavoro fatto a tentoni, segmento per segmento, tanto è il tempo richiesto e fanno male le mani a furia di sforbiciare rovi. E poi è vero che a ripercorrere il sentiero liberato, quando arriva la sera, la soddisfazione è davvero troppo poca! Ci si mette un attimo, o poco più, non rende giustizia del lavoro fatto e soprattutto degli scenari psicologici, i vari quadri che si sono succeduti. Il tratto con l’edera che ricopre tutta la terra e gli alberi, e si vede il fosso, quello nel fitto degli allori e della fusaggine, i guadi con i pioppi neri, le cataste di rami, il pianoro dei noccioli e il bosco rosso di querce e canniccio (dove il sentiero rispunta). Ogni habitat è il corrispettivo di una città, o di una provincia, e ad ognuno corrispondono sentimenti disparati.

Ad ogni modo alla fine ho raggiunto, credo, il luogo più inselvatichito di questo viaggio: il punto più lontano da qualsiasi rotta logica che si possa provare a tenere tra questi colli. Una traccia si stacca dal sentiero principale che conduce a Ginestreto. La traccia potrebbe portare verso il paese successivo: Monteciccardo. In pochissimo tempo si raggiungono delle inaspettate rocce grigie affioranti molto belle, si finisce in una scarpata che termina in una radura del fosso, una specie di golfo tra i pioppi. Un posto mai pensato. Da qui non so se si può proseguire. (continua…)

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La questione è scrivere, leggere, riscrivere: percorrere una via, un sentiero, una traccia, o crearne una nuova. Fa differenza andare dietro la pista di un gruppo di animali, o di qualche essere umano (anche se spesso e volentieri le due vie si sovrappongono). Ti fai un’idea di chi è passato la prima volta, t’immagini cosa poteva avere in testa.

Così come il possesso di più lingue, la conoscenza di più generi musicali, o stili di vita, un’idea variegata della storia, della politica, della società, le letterature, i passatempi, i lavori, anche la conoscenza di un buon numero di sentieri, specialmente quelli che partono da vicino casa, è una questione da non sottovalutare.

I sentieri servono per evitare qualcosa: strade asfaltate, luoghi rinomati, capannoni e amenità varie, fossati invalicabili, cortili con cani-da-spavento, recinti, burroni, paludi. Si aggirano ostacoli di ogni tipo, pezzo dopo pezzo, finché non finiscono le curve e i rettilinei che si susseguono, uno dopo l’altro, tra gli alberi, le rocce, la macchia, i campi. Alla fine un panorama qualunque si apre.