La collina marchigiana


Per un buon tempo il nostro mondo è stato soltanto quello che potevamo vedere con gli occhi e raggiungere a piedi. In quel periodo abbiamo esplorato la campagna, scavato tunnel nella vegetazione, inseguito i richiami degli uccelli nel bosco, Abbiamo attraversato i fossi e a volte ci siamo caduti dentro. Navigato nell'erba alta, tra gli equiseti, le vitalbe e la mentuccia. Siamo finiti in antri di ruscelli tra pioppi schiantati e rocce affioranti.

Se solo avessimo deciso di accamparci per la notte avremmo potuto proseguire all'infinito, magari addirittura fino a Roma.

Poi abbiamo ricominciato a usare la macchina ma, nonostante questo, ogni volta che ancora vagabondiamo per la nostra campagna, o andiamo anche solo a lavorare in qualche parte di uno dei suoi campi, ci sembra che tutta la nostra vita potrebbe trascorrere là dentro. In fondo è infinitamente più grande di noi.

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Una porzione di campagna: un prato, incolto, un solo ulivo, il bosco (con moltissima edera) e il fosso nascosto. Certamente è un luogo scomodo da raggiungere, altrimenti non sarebbe così. Un posto di un altro tempo. In montagna uno è confortato da paesaggi più o meno intatti. Cioè c'è un'idea di ciò che si andrà a vedere. Uno se l'aspetta, per quanto la natura sia sempre fuori dalla nostra portata.

Ma in queste colline non ci si arriva preparati. Nulla fa presagire un luogo del genere. I campi arati, i frutteti, le querce solitarie, i casolari ci circondano. Ci danno cittadinanza. Non siamo in un luogo selvaggio, ma questo è un mondo antico. La collina marchigiana andrebbe protetta il più possibile, perché tutti dovrebbero averne esperienza. Questo è il compito di un Parco, ovunque sia.

Un giorno passato sotto il sole, o di notte, per attraversare quella terra, sarà formativo, per questa generazione, e per le future.