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Sopralluogo a Montalto Tarugo
Parto con la bici, per accelerare certi lunghi passaggi del sopralluogo. Ho con me tutto l'occorrente, comprese le cesoie. Lo zaino è in ordine, io sono pulito e motivato. Quando sono trascorse due ore la bici è bucata e la abbandono provvisoriamente in un campo che si chiama Pian di Marzo (quota 453 m). I vestiti sono pieni di avena e altre erbe spinose, ho tagli nelle braccia è non ho visto che un terzo dell'itinerario completo. Su una strada di ghiaia tortuosa e stretta un cinghiale agita beato la coda col muso tutto infilato negli arbusti. Muovo i sassi della strada, urlo e fugge, con tutto il branco. Quando ormai è tardi, scendo i tornanti della strada che da Fossombrone conduce a Montalto Tarugo. Splendida discesa, se solo fossi potuto essere in sella.
Rapporto con le Alpi
Se penso alle Alpi di sicuro non è Belluno a venirmi in mente per prima. E del resto, anche questa è soltanto un'opinione. Ma nemmeno Zermatt, Brig, Trento o Cortina. Per non parlare di quanto sia senza perdono Cervinia. Le Alpi sono una metropoli con miliardi di periferie, ossia le valli e le catene. Boschi, rocce e fiumi che corrono. In genere spiccatamente alpini dai 1500 ai 4800 metri. L'immagine esemplare (e meno edificante) è un valico di pietre e sfasciumi, con l'aria che comincia a mancare, salendo a carponi, e le nuvole nere che arrembano alle spalle, con il solo scopo di buttarti di là. Eppure, non c'è viaggio più minuzioso, diabolico e romantico, di quello nelle Dolomiti di Belluno. Piccola patria di fienili, casere e radure inghiottite dal nuovo bosco selvaggio. Stavamo ammirando una serie di immagini, riprese nei recessi più intimi e negletti della Schiara, del Pelf e della Talvéna, quando, ad un tratto, Giovanni Angelini si volse alla grande finestra, che incorniciava il tramonto, sulla chiostra delle Dolomiti, che dominavano la Val Belluna ed esclamò: “Che bel sogno sarebbe un parco naturale della Schiara e della Talvéna” Piero Rossi, 1976 *** Partenza del viaggio nel Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi: quattro escursioni giornaliere e due trekking di due giorni (con pernottamento in bivacco o rifugio): 14/08 Le porte della Schiara (Val Medon e Valle Ardo) 15/08 Traversata 7° Alpini - Cajada 16/08 Gena Alta Piscalor Col de Foia 17-18/08 Cimonega Piani Eterni Campotorondo 19/08 Monte Serva di sera 20-21/08 Val Clusa Cime de Zita Talvena
Parte 2: Ginestreto
Un amico, recentemente, mi ha raccontato di aver percorso la regione dell’Hartz, in Germania, con l’aiuto della mappa della città di Londra. La psicogeografia studia le leggi esatte e gli effetti del mezzo geografico, coscientemente gestito o no, che agiscono direttamente sugli individui. Oggi il principale problema che deve risolvere l’urbanismo è quello della buona circolazione di una quantità crescente di veicoli. Le Lèvres nues n°6, settembre 1955 Sventola al vento che spazza da Nord la collina una bandiera appuntata sulla cima di un albero che incombe sulla casa. Sono brandelli di plastica bianca e l’albero è secco. La mappa che ho in mano si piega, vola via, si rovina: niente, tutto da rifare, un giorno che non c’è vento. L’unica cosa che sono riuscito a capire è che il giro, ben segnalato in nero nelle carte militari, non esiste più. Comincio a scendere la collina: in alto spoglia, con i campi e le case e il cielo, di sotto un caos: alberi, arbusti, liane, acque, frane. La biodiversità e il comfort, le mappe e la realtà, rimugino alcune di queste cose mentre scendo in picchiata e inciampo sulle radici dei pioppi che preannunciano l’intricato fondovalle. Alla fine della discesa la collina finisce in un fosso, anzi nell’incrocio tra un fosso e un ruscello, che più avanti entra in un torrente e poi sfocia nel mare Adriatico. In quel punto la terra sprofonda, è argilla e sabbia gialla e fina, specie se ci passano sopra con camion pesanti di legna. Si aprono degli squarci nella terra che fanno credere che qualcosa è andato storto, qualcuno ha sbagliato i conti! Sotto un gruppo di salici e di pioppi neri mucchi di cortecce, tronchi, ciocchi di legna e macchinari coperti da teli di plastica fatti a brandelli. E i lembi dei teli di plastica volano dappertutto. Una lunga linea d’oro di canne entra nel bosco. Quattro poiane volano a cerchi sopra la mia testa mentre mi apro una breccia. *** Sono entrato nella boscaglia, seguendo la bassa pista dei cinghiali, rovi ad altezza occhi, spunzoni di rami e zecche. I rovi fanno parecchio volume, ma di sotto è tutta aria, circa, e spine. Ci sono più strati: da quelli secchi e ormai neri, marci, a quelli più chiari, gialli, ancora duri, fino ai grossi cordoni appuntitissimi verde scuro e chiaro. Generalmente odiati dallo stesso popolo che invece ama i cactus, e credo che valga anche il contrario. Non mi ero mai spinto oltre quel punto: lì il mio mondo finiva (dove all’incirca finisce anche quello dei camion della legna), semplicemente aggiravo la macchia ed entravo in un campo incolto, almeno finché non cresceva troppo l’erba e allora non passavo più neanche lì. Per riaprire quel vecchio sentiero ci sono volute tre tappe. È un lavoro fatto a tentoni, segmento per segmento, tanto è il tempo richiesto e fanno male le mani a furia di sforbiciare rovi. E poi è vero che a ripercorrere il sentiero liberato, quando arriva la sera, la soddisfazione è davvero troppo poca! Ci si mette un attimo, o poco più, non rende giustizia del lavoro fatto e soprattutto degli scenari psicologici, i vari quadri che si sono succeduti. Il tratto con l’edera che ricopre tutta la terra e gli alberi, e si vede il fosso, quello nel fitto degli allori e della fusaggine, i guadi con i pioppi neri, le cataste di rami, il pianoro dei noccioli e il bosco rosso di querce e canniccio (dove il sentiero rispunta). Ogni habitat è il corrispettivo di una città, o di una provincia, e ad ognuno corrispondono sentimenti disparati. Ad ogni modo alla fine ho raggiunto, credo, il luogo più inselvatichito di questo viaggio: il punto più lontano da qualsiasi rotta logica che si possa provare a tenere tra questi colli. Una traccia si stacca dal sentiero principale che conduce a Ginestreto. La traccia potrebbe portare verso il paese successivo: Monteciccardo. In pochissimo tempo si raggiungono delle inaspettate rocce grigie affioranti molto belle, si finisce in una scarpata che termina in una radura del fosso, una specie di golfo tra i pioppi. Un posto mai pensato. Da qui non so se si può proseguire. (continua…) *** La questione è scrivere, leggere, riscrivere: percorrere una via, un sentiero, una traccia, o crearne una nuova. Fa differenza andare dietro la pista di un gruppo di animali, o di qualche essere umano (anche se spesso e volentieri le due vie si sovrappongono). Ti fai un’idea di chi è passato la prima volta, t’immagini cosa poteva avere in testa. Così come il possesso di più lingue, la conoscenza di più generi musicali, o stili di vita, un’idea variegata della storia, della politica, della società, le letterature, i passatempi, i lavori, anche la conoscenza di un buon numero di sentieri, specialmente quelli che partono da vicino casa, è una questione da non sottovalutare. I sentieri servono per evitare qualcosa: strade asfaltate, luoghi rinomati, capannoni e amenità varie, fossati invalicabili, cortili con cani-da-spavento, recinti, burroni, paludi. Si aggirano ostacoli di ogni tipo, pezzo dopo pezzo, finché non finiscono le curve e i rettilinei che si susseguono, uno dopo l’altro, tra gli alberi, le rocce, la macchia, i campi. Alla fine un panorama qualunque si apre.
Parte 1: Coldelce
Adesso non ci accampiamo più per la notte. Bensì ci siamo fermati sulla terra dimenticando il cielo. H.D.THOREAU   Non è che avessimo tutta questa voglia di fermarci, il mio socio ed io, quando ho trovato lo spiazzo giusto, al sole per fare la fotografia alla collina che avevamo di fronte. Stavamo bene ordinati e precisi su una carrozzabile di ghiaia, tra le querce, il sole davanti, la strada in piano e senza pensieri. Un inizio entusiasmante. La gente aveva cominciato a rimanere a casa per il virus, non eravamo ancora bloccati del tutto, solo le scuole, e c’era chi andava in campagna a fare i lavori giusti: tre o quattro con le motoseghe facevano a pezzi dei cipressi che da tempo meritavano di essere abbattuti, e varie altre storie. Poi la ghiaia è finita, ci siamo ritrovati nella terra e da un angolo di un rudere è spuntato un uomo: “Lo stradino non c’è più! Ma andate a vedere con i vostri occhi se volete.” In un paio di minuti siamo finiti nei campi zuppi d’acqua, nel fango e infine nei fossi a sprofondare nell’argilla. Abbiamo rimontato il versante opposto tra canniccio, rovi, ornielli e acacie, fino a un casolare abbandonato (pieno zeppo di cipressi in ottima salute), circondato da reti mezze abbattute, baraccamenti di lamiere e plastiche, scavi vari. Il percorso è proseguito per lunghi andirivieni, vicoli ciechi, direzioni sbagliate, salite che finiscono nel niente. Ora avevamo un pensiero: tornare al punto di partenza. Siamo sbucati al cospetto di una baracchetta (con cartello “Osservatorio astronomico”), in vetta al monte Bussetto (417 m), davanti a un cimitero invaso dalle ginestre, in un lungo campo coltivato in pendenza, dove un uomo urlava ai suoi cani da caccia, tirando fuori qualcosa dalla terra e dandogliela in pasto. Infine, al termine di una lunghissima salita fangosa, abbiamo attraversato una specie di canyoon giallo d’arenaria, e siamo giunti alla fine: Ripe di Montelabbate, dove nella siepe della chiesa del paese c’era (e forse c’è ancora) una croce riversa. Il fatidico giro ad anello di Coldelce si era concluso, certo, non di gran classe! In macchina l’autoradio ci allertava che nel finesettimana qualcosa in Italia sarebbe cambiato, era venerdì 7 marzo (…continua) *** La campagna non è una passeggiata. Ma una mappa di luoghi agevoli, noiosi, panoramici, selvatici, intricati, bestiali e bui. Credo che in un giro in campagna non debba mancare nessuno di questi elementi.
La nostra panchina
"Io sono un esperto di rovi!" mi hai detto appena abbiamo intrapreso il sentiero nel bosco. Quello che percorrevamo quasi tutti i giorni questa primavera. In effetti il mio intento era quello di controllare lo stato dei rovi, se per caso avevano già spazzato via tutta la nostra traccia. E' impressionante come crescano velocemente. Ma non è vero! Tu sei cresciuto alla stassa maniera, da quando ti depositavo come uno zainetto sulla nostra panchina, oppure quando cadevi bocconi nel fosso. Ora avanzi spavaldo, sparisci soltanto in mezzo agli equiseti, oppure tra le radici delle querce, dove non arriva mai il sole. Abbiamo girato in tondo, tra i colli e le valli di Ginestreto. Ed anche questo fa parte della nostra memoria. I pioppi cadono spesso. Pioppi neri nel fosso nero. Buio e ombre, dalla notte dei tempi. Tronchi distesi si scortecciano, tra le anse di argilla del ruscello, accanto all'acqua. Sambuchi, rovi, equiseti, biancospini, sanguinella, noci abbandonati, ortica. Millenni di pioppi che fracassano nel sottobosco. Un tronco di pioppo noi abbiamo vissuto: era la nostra panchina per fare merenda. L'abbiamo rivisto, quasi trasformato in terra, il nostro piccolo pezzo di pioppo.
La collina marchigiana
Per un buon tempo il nostro mondo è stato soltanto quello che potevamo vedere con gli occhi e raggiungere a piedi. In quel periodo abbiamo esplorato la campagna, scavato tunnel nella vegetazione, inseguito i richiami degli uccelli nel bosco, Abbiamo attraversato i fossi e a volte ci siamo caduti dentro. Navigato nell'erba alta, tra gli equiseti, le vitalbe e la mentuccia. Siamo finiti in antri di ruscelli tra pioppi schiantati e rocce affioranti. Se solo avessimo deciso di accamparci per la notte avremmo potuto proseguire all'infinito, magari addirittura fino a Roma. Poi abbiamo ricominciato a usare la macchina ma, nonostante questo, ogni volta che ancora vagabondiamo per la nostra campagna, o andiamo anche solo a lavorare in qualche parte di uno dei suoi campi, ci sembra che tutta la nostra vita potrebbe trascorrere là dentro. In fondo è infinitamente più grande di noi. *** Una porzione di campagna: un prato, incolto, un solo ulivo, il bosco (con moltissima edera) e il fosso nascosto. Certamente è un luogo scomodo da raggiungere, altrimenti non sarebbe così. Un posto di un altro tempo. In montagna uno è confortato da paesaggi più o meno intatti. Cioè c'è un'idea di ciò che si andrà a vedere. Uno se l'aspetta, per quanto la natura sia sempre fuori dalla nostra portata. Ma in queste colline non ci si arriva preparati. Nulla fa presagire un luogo del genere. I campi arati, i frutteti, le querce solitarie, i casolari ci circondano. Ci danno cittadinanza. Non siamo in un luogo selvaggio, ma questo è un mondo antico. La collina marchigiana andrebbe protetta il più possibile, perché tutti dovrebbero averne esperienza. Questo è il compito di un Parco, ovunque sia. Un giorno passato sotto il sole, o di notte, per attraversare quella terra, sarà formativo, per questa generazione, e per le future.
Il corso dell'Arzilla (PU)
Provincia Pesaro Urbino Il Sito di Interesse Comunitario “Corso dell’Arzilla” è un’tratto di bosco fluviale della lunghezza di circa 7 chilometri, da Santa Maria dell’Arzilla (Pesaro) a Centinarola (Fano), per un’area totale di 227 ettari. Si tratta della parte conclusiva del torrente Arzilla (lunghezza totale: 20 Km). Questo pezzo di campagna è designato, come molti altri luoghi in Italia e in Europa, come esempio di buona conservazione della biodiversità e di buone pratiche di interazione tra l’uomo e la natura (intesi qui, e generalmente, come entità romanticamente separate). Per questi motivi è un luogo protetto. *** Arriviamo al bosco da una sfilza di campi di grano verdi e su strade bianche di ghiaia polverosa. Ci sono discese in picchiata, tornanti a gomito, tunnel tra pareti di terra gialla e marrone: pare strano succedano queste cose in una campagna così docile. Questa provincia è rompicapo, è difficile orientarsi: ci sono migliaia di angoli bucolici, luoghi intimi, posti per il ristoro, porzioni di colli, fossi, radure o boschi in cui a uno verrebbe voglia di costuirsi il suo casolare e andarci a vivere una buona volta. “Qui si, questo è il posto per me!”, viene da dire. Ecco che già compare il tetto, il muro, un bel prato senza rovi. Ogni cosa fatta come si deve. E se invece lasciassimo tutto com’è e ci passassimo soltanto?
Fortezze
Quelli che abbiamo davanti sono altopiani. Conche placide sospese su alti strapiombi. Deve fare quell'effetto una zolla di terra sradicata a un pigmeo. Fortezze alte 500 metri circondano e sollevano pascoli e prati ameni, con tanto che raggiungerli è complicato. Nel Deserto dei Tartari di Dino Buzzati c'è la Fortezza Bastiani da qualche parte in quegli altopiani, sperduta nel nulla della montagna. Si tratta di un paese immaginario, ma così tanto simile ai monti di Belluno. Non così in Valle d'Aosta, dove le fortezze stanno all'inizio delle montagne (il forte di Bard, quota 384 m. rispetto al monte Rosa, punta Dufour, quota 4634) Questa roccia grigia e bianca, dove ci sono neve, erba, mughi e fiori, è la radice della prateria che sta in cima. A soli 1700 metri. E il sentiero per scavalcarla non è la fine del mondo, per quanto mi verrebbe da pensare di si, visto che lo percorrevano da secoli senza grandi scarponi. Se non fosse che è tanto fortificata la natura quanto commovente la vita di ogni singolo uomo che la attraversa fintantoché respira. *** Partenza del viaggio nel Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi: quattro escursioni giornaliere e due trekking di due giorni (con pernottamento in bivacco o rifugio): 14/08 Le porte della Schiara (Val Medon e Valle Ardo) 15/08 Traversata 7° Alpini - Cajada 16/08 Gena Alta Piscalor Col de Foia 17-18/08 Cimonega Piani Eterni Campotorondo 19/08 Monte Serva di sera 20-21/08 Val Clusa Cime de Zita Talvena
Dal promontorio
Abbiamo camminato a lungo, tra le ginestre e le querce. Il sole arancione spariva dietro il colle blu. Si vedevano campi di grano a perdita d’occhio. Alcuni di noi inciampavano nelle zolle di terra, a causa del sopraggiungere del buio. Il vento ci soffiava forte sopra la testa. Ad un tratto ci siamo fatti largo tra i rami di un bosco, senza sapere quanto vasto fosse. I rovi erano ovunque, si aggrappavano ai vestiti, ai capelli, alla pelle e ai piedi. Qualcuno cadeva per terra. Come un battello che supera la tempesta e approda all’isola, noi abbiamo finito il nostro viaggio. Una radura di ulivi era in vista, ci siamo seduti per riposare. Si cominciavano a vedere le lucciole. Eravamo tutti meno uno: da qualche parte nella boscaglia stava ancora facendosi largo con i gomiti e la faccia. Il faro illuminava a sprazzi il monte. Dal promontorio dove eravamo si vedeva distintamente la collina di fronte. Anzi, lo chiamerei piuttosto, il sistema di colline. E a mano a mano che il sole spariva e aumentava la notte, nessuna luce si accendeva lì in mezzo. Un territorio intero spariva, e nei nostri sogni, anche noi sparivamo nel buio, in una qualunque delle sue valli.
Colle con Gheppio
Non tutte le pianure sono uguali, e nemmeno le città del Nord. Anche le baracche di un contadino, o di un accampato, o di un migrante agli albori sono fatte con materiali differenti. La campagna dopo il terremoto ha un’aria diversa. Un lago o una montagna dopo che qualcuno è andato disperso. Fa differenza contemplare un paesaggio, sapendo che lì in mezzo ci passa l’orso, o il lupo. Oppure un colle dove vola un gheppio.
Campagne roventi
Parte 1 E' quasi il tramonto. Il gruppetto si allunga come una biscia nera sottile lungo il confine di un campo di grano già raccolto. Siamo in salita, vento blu arriva dall'Appennino, il paese di Mombaroccio si illumina di luci arancioni. Ecco che entra in scena un pilota, a bordo di una punto nera. Ci insegue a gran velocità, per fortuna il rumore è forte e ce ne accorgiamo in tempo. Il fatto è che siamo nel suo campo, e lui non vuole. Questa è l'ultima scena vista con la luce del sole, le ultime gesta umane del giorno. Poi ci addentriamo, torce alla mano, nella boscaglia. Tra rovi, ornielli, querce, ortiche e sambuchi si intravedono i fari accesi di Schumacher. Parte 2 Neanche un chilometro all'interno dell'Adriatico, in una valle che separa i colli di Pesaro da quelli di Fano c'è un lago. Tra i canneti, i pioppi neri e gli equiseti cento uccelli di tutti i colori volano indisturbati. Mentre ci passo, verso le due di un pomeriggio di luglio, per il consueto sopralluogo, non posso non notare che qualcuno ha tagliato l'erba ed ha sbancato con la ruspa il fosso, desertificando la vegetazione. Poco oltre scopro da un vicino del lago che lì non si può più passare. Il padrone non vuole, ci sono anche due adolescenti vigilantes che pattugliano con la loro panda vedetta le sponde. Maledico il padrone. In seguito scopro che l'uomo è già stato colpito dalla malasorte, mi pento, e me ne vado sulle cime dei colli. Uno si aspetta i lutti con la nebbia e la pioggia, non sotto il sole cocente.